Avete sempre sentito dire che Shakespeare come lo recitano gli inglesi non lo recita nessuno, che qualunque sia l’approccio – anche beffardo, anche apertamente trasgressivo – solo loro ne detengono tutte le chiavi interpretative, e alla fine comunque lo stile s’impone? Non credeteci troppo. Bastava vedere La bisbetica domatacon la compagnia londinese Propeller per verificare che è meglio diffidare di certi luoghi comuni. Non che lo spettacolo fosse particolarmente brutto: semplicemente era abbastanza “qualunque”, un po’ facilone, un po’ volgaruccio, come tanti se ne fanno dalle nostre parti, da cui tutti prenderemmo le distanze.

Si trattava, lo dico per gli amanti della statistica, della quarta messinscena di questo testo realizzata in pochi anni con soli attori maschi: una scelta che evidentemente, al di là di ogni altra specifica motivazione, si adatta alquanto a questa vicenda un po’ sconnessa di lotta fra i sessi e di femminilità piegata, sottomessa, umiliata. Si tende oggi a ritenere che il monologo finale di Kate, la protagonista, che elogia sperticatamente la soddisfazione di inchinarsi alla volontà e al capriccio del marito, sia una così sfrontata proiezione di un ideale prettamente maschilista da far sì che soltanto un uomo possa pronunciarlo.

Il primo allestimento proposto in Italia in questa prospettiva, firmato anni fa da Andrea Taddei, col suo scanzonato taglio cabarettistico resta ancora il più lieve, il più brillante. Il secondo, a opera di Antonio Latella, giocava sul mistero dell’identità, su ambigui rituali metafisici, il terzo e più recente, con Solenghi, era un po’esteriore, ma elegantissimo grazie alla scena di Carmelo Giammello e ai costumi di Andrea Viotti: questo curato da Edward Hall non brilla invece né per l’eleganza dell’immagine – la scena di armadi è banaluccia, i costumi mischiano epoche e stili – né per la qualità dell’approfondimento critico.

Forse esagerava il collega che – con possente ossimoro – definiva questi attori dei Legnanesi britannici: sta di fatto però che proprio l’aspetto farsesco, caricaturale del travestimento – e non quello misterioso – veniva robustamente enfatizzato, e che certi richiami all’immaginario gay- con quel Petruchio in slip e pose plastiche – risultavano persino un po’ sfacciati: la trovata più divertente, in definitiva, erano le gag del finto padre ubriacone di Lucenzio, poca cosa. Già La bisbetica domatanon è un capolavoro: se poi la regia è inconcludente e la recitazione priva di finezze, ci si chiede perché questa compagnia – inglese o no – sia stata invitata.

di renato palazzi The Taming of the Shrew

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