di Alberto Beggiolini

PADOVA (9 novembre) – «Lo Stato deve ricordarsi di noi. Devono arrivare i soldi necessari per farci ripartire. Non si può portare la gente alla disperazione prima e all’esasperazione subito dopo. Tra non molto, a meno di altre emergenze, il paese tornerà ad un’apparente normalità. Ma resteranno i danni: qui deve intervenire lo Stato. Perchè altrimenti chiamerò a raccolta i cittadini e magari bloccheremo una strada regionale, come si usa fare in altre zone d’Italia».

Elisa Venturini ha 31 anni, una laurea in Giurisprudenza nel cassetto, e tanta rabbia in corpo. È il sindaco “azzurro” (s’iscrisse a Forza Italia nel ’98) di uno dei centri più colpiti dall’alluvione di una settimana fa: Casalserugo, 5575 anime, 400 sfollati, un numero ancora imprecisato di attività produttive bloccate, e danni che ad una prima stima ammontano a 18 milioni di euro.

Tra un giro d’ispezione e l’altro, il sindaco arriva nel suo Municipio, che in questi giorni sembra più un posto di comando avanzato, tra il viavai di soldati, volontari, Vigili del Fuoco, perfino scout, e di tanta gente disperata che viene ad informarsi, a chiedere aiuto, a domandare i moduli per chiedere un qualche risarcimento, una speranza. Dentro, il segno sui muri lasciato dall’acqua; fuori, la pioggia cade incessante, e non consente ancora nessuna tranquillità.

Sindaco, prevede altri problemi?

«Spero di no. Adesso stiamo gestendo il post emergenza. Abbiamo attivato la rete del volontariato, la parrocchia, la pro loco, le associazioni, tutti che vengono a dare una mano. Da giorni stiamo distribuendo viveri, abbiamo allestito una cucina da campo, abbiamo un’area all’interno del palazzetto dello sport dove vengono distribuiti pasti caldi a chi ne ha bisogno e ai volontari, abbiamo ripristinato la pulizia delle strade, le scuole, c’è perfino un team di psicologi all’opera…».

Una mole di lavoro e di persone che va coordinata.

«Certo, e in questo senso il Comune è in prima linea. Sono sempre stata un’organizzatrice, una pianificatrice, ho sempre lavorato nel volontariato. Da un punto di vista tecnico non so molto, è vero, e se mi chiedono dove posizionare un’idrovora devo passare la mano. Ma per il resto…».

Ad esempio?

«Abbiamo istituito subito un “punto di contatto” tra cittadini e Comune, per le modulistiche sulle assenze dal lavoro, per le forniture di acqua, elettricità, per le prime richieste di risarcimento, che incanaliamo in tempo reale».

Secondo lei, fino ad oggi la risposta è stata adeguata?

«I primi tre giorni no, per niente. Era stata clamorosamente sottovalutata la situazione, e noi ci siamo trovati a gestire un evento di questa portata da soli, con mezzi insufficienti. Ho gridato per tre giorni, poi almeno Provincia e Prefettura si sono mossi. È arrivato l’Esercito e le tv nazionali hanno capito cos’era successo».

Cosa si sarebbe dovuto fare?

«L’approccio doveva essere diverso. Il nostro comune non era stato nemmeno allertato, perchè non risultava essere “a rischio” piena. Ed invece quella notte mi hanno svegliato alle tre: il canale effettivamente non tracimava, ma l’argine era rotto. Da quella notte per tre giorni non ho nè dormito nè mangiato: bisognava capire cosa fare, come farlo e con quali risorse».

E il risultato?

«Appunto, per tre giorni siamo rimasti soli. Ci sono alcune famiglie che non sono riuscita a sentire: erano isolate, e noi non avevamo i mezzi per raggiungerle».

Come mai?

«I veicoli anfibi li avevano solo i Vigili del Fuoco, già impegnati altrove, e la Protezione civile era nella nostra stessa situazione».

Eppure avevate richiesto aiuto?

«Richiesto? Avevo urlato con tutto il fiato in corpo. Vede, il fatto è che di fronte ad eventi di questa natura bisogna assolutamente vi sia un coordinamento, per capire la situazione del territorio, mettere in campo le forze adeguate e via dicendo».

Il coordinamento di cui parlava il Prefetto nella riunione di domenica?

«Esatto. Solo che abbiamo scoperto di essere “scoperti” quando il disastro era già avvenuto. Bisogna provvedere ad una catena di allerta e di comando, per sapere come rispondere. Non posso io essere una disperata che chiama in giro per trovare soluzioni. Non sono una tecnica, posso coordinare, ma non ho risposte specifiche: bisogna che gli esperti indichino, come dicevo, il cosa e il come».

Torniamo a quella notte, una settimana fa. Una volta ricevuto l’allarme cosa fece?

«Mi precipitai in Municipio ed aprii il plico del piano di Protezione civile».

Cosa c’ha trovato?

«Mappe del territorio, le zone più “basse”, l’orografia, l’idrografia, indicazioni sui luoghi di ricovero delle persone e qualcos’altro».

Informazioni utili?

«Più o meno, certo non sufficienti per un’emergenza di questa portata, anche se il fenomeno alluvione è contemplato, ma per aree adiacenti ad alcuni scoli, zone depresse che sappiamo possono subire piccole esondazioni. Ma si parla di zone circoscritte, scarsamente abitate, e di fenomeni limitati».

Stavolta, però…

«Stavolta il centro del paese è finito sott’acqua, e non era mai successo prima: case e attività produttive invase, vite e mestieri in sospensione».

Per la prima volta, dice. Secondo lei, perchè è successo adesso?

«Gli argini evidentemente non sono adeguati ad eventi metereologici di questa portata. Adesso, quando piove, piove tanto, troppo. Il clima è cambiato e le nostre risposte devono essere all’altezza. Non si può continuare a ragionare come si faceva in passato».

Argini non adeguati alla portata: è un problema di scarsa manutenzione, di “porosità”?

«Un po’ tutto. Ci sono anche nutrie, sì, ed è ovvio che sono animali che scavano. Ma le vere cause tecniche della rottura dovrebbero indicarcele altri, il Genio per primo».

E il Genio civile le ha dato risposte?

«Beh, mi erano venuti a comunicare la rottura dell’argine, questo sì, ma subito dopo sono spariti…».

Non ha più sentito nessuno?

«No, a tutt’oggi, nè più visto nè più sentito nessuno del Genio».

E gli altri?

«Vigili del fuoco bravissimi, così come i volontari della Protezione, anche se forse potrebbero essere organizzati diversamente. Resta comunque il problema del coordinamento: io non sapevo cosa stessero facendo gli uni e gli altri, e forse anche tra di loro…».

Guido Bertolaso ha detto che questo territorio è difficile anche perchè riceve l’acqua di buona parte del Veneto nordorientale.

«Certamente ci troviamo in un imbuto che accoglie le acque che arrivano da nord. Ma se ci dotiamo di idrovore, il pericolo si ridimensiona».

Adesso la consapevolezza di essere “a rischio” c’è. Cosa potrete fare?

«Magari si può evitare di edificare in certe zone, ma qui parliamo di un comune intero finito sott’acqua: cosa si deve fare, traslocare il paese?».

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