di Simoma Orlando

ROMA – Il nono album di Lenny Kravitz è stato composto nella sua roulotte alle Bahamas in regime di semi-isolamento, ha assorbito l’atmosfera spontanea e gioviale dell’isola cosicché in scaletta non hanno trovato spazio brani malinconici e ombrosi, e ha visto la partecipazione di un rapper locale di nome DJ Military, talmente “incontaminato” che quando si è trovato davanti Mick Jagger, in visita dall’amico Lenny, gli ha chiesto “Ma tu che lavoro fai?” e poi è tornato a pescare. L’altro cameo è del rapper Jay Z in “Boongie drop” e di Drake in “Sunflower”, per il resto c’è tutta la contaminazione stilistica che sintetizza l’essenza di Kravitz, figlio di un ebreo russo e di una africana cristiana (l’attrice Roxie Roker della sitcom I Jeffersons), della musica nera e bianca, dove soul, pop, rock, groove e sensualità si mescolano con naturalezza. Il tema dell’integrazione segna i brani, insieme a quello della fede, della religione usata come strumento di odio, dell’amore universale tanto che nella copertina l’artista è ritratto in una foto da bambino a scuola (il luogo dove dice di aver preso coscienza del razzismo) con un segno della pace in viso. La musica non è però l’unico interesse di Kravitz che reciterà nel film “Hunger Games”, in uscita a marzo, e che tra un disco e l’altro si dedica alla fotografia e soprattutto è affermato designer (ora sta realizzando il condominio di Paramount Bay). Il singolo “Stand” è già in cima alla Top Ten, il tour mondiale partirà a ottobre e toccherà il 20 novembre il Palaverde di Treviso e il 21 il Forum Assago di Milano, stamattina in promozione a Roma ha presentato il nuovo “Black and white America” alla stampa.

Come è nato il disco?

“Quando uno è solo con se stesso, nel silenzio e nella natura, si trova a riflettere sulla sua vita. Ho affrontato cose del mio passato, vuoi la morte dei miei familiari, vuoi alcuni rapporti personali, e un giorno mi sono svegliato felice come non mi accadeva da tempo. Il risultato è stato “Life ain’t ever been better.”

E’ la prima volta che le canzoni le appaiono in sogno?

«Mi è accaduto in altri album, in questo però sono di più, al risveglio me ne sono ritrovate in testa cinque o se»”

Il disco si apre con la figura di Martin Luther King e una una vicenda personale. Canta: “Nel 1963 mio padre sposò una donna nera e quando camminavano per strada erano in pericolo, ma continuavano a camminare, tenendosi mano nella mano….

«Parliamo di una New York che già all’epoca era una città progressista eppure molti avevano difficoltà ad accettare che quella coppia mista camminasse libera alla luce del sole. I miei genitori hanno dovuto superare notevoli sfide ma non si sono scoraggiati né si sono nascosti. Posso dire di essere orgoglioso della loro storia. Mi hanno insegnato a essere me stesso, una lezione semplice ma seria».

Nell’era post-Obama c’è ancora razzismo?

«La canzone che dà il titolo all’album nasce come risposta ad un documentario anti- Obama dove gli intervistati si dicevano disposti a riprendersi l’America e a riportarla indietro di cento anni. Un paese con Obama purtroppo non è sinonimo di paese senza razzismo, la sua elezione è un risultato straordinario, ma chi è contrario a un tale processo comincia a farsi sentire, anche se in maniera subdola, non troppo esplicita, per risultare politicamente corretto. C’è ancora molto da fare».

Di che tipo di razzismo parla?

«Non solo fra bianchi e neri, ma verso altre comunità discriminate, e anche, perché no, di quello musicale: a volte le mie canzoni per le radio sono troppo rock, troppo funky, o hanno troppe chitarre. Io non concepisco le etichette e nemmeno la musica come divisa in periodi temporali, in un mio brano infatti finiscono tante influenze, dai ’50 a oggi. Poi è vero che attualmente sono poche le cose che possono reggere il confronto col passato: so velocemente citare cento nomi di geni vissuti tra i ‘60 e i ‘70, ma non saprei pronto a tirare fuori altrettanti nomi di contemporanei».

Come è stata la sua collaborazione con Michael Jackson?

«Un’esperienza incredibile. E’ stato il più grande performer di tutti i tempi, un artista grandioso, ma non bisogna dimenticare l’epoca presolista coi Jackson Five, quando era un bambino geniale, capace di cantare con l’intensità e la professionalità di una Aretha Franklin o di un James Brown».

Vista la vita che conducono oggi i politici, le rockstar si sentono defraudate del loro ruolo?

«Sesso e droga caratterizzano uno stile di vita che non appartiene ormai solo al mondo dello spettacolo ma alla politica e al mondo economico. Non prendo droga ma è ovunque, in qualunque momento e posto la volessi potrei acquistarla. E’ un vecchio cliché quello che lega il musicista alla droga, è distruttiva, soprattutto se si consuma per attutire un profondo dolore. Molti nuovi artisti prendono esempi dal passato, pensando che aiuti il processo creativo, ma chi come Clapton ha voltato le spalle alla droga si è dimostrato creativo anche senza».

Come si trova nel ruolo di attore?

«Da bambino lavoravo in teatro e in tv e ho rinunciato per diventare musicista, quando nel 2009 ho partecipato al film “Precious” mi sono accorto che recitare mi mancava. E’ importante per me, un contrappeso al mio lavoro da musicista: lì compongo, suono, arrangio, tutto gira intorno a me, come attore invece sono al servizio della visione di un regista. Mi solleva».

Martedì 20 Settembre 2011 – 09:47 Ultimo aggiornamento: Giovedì 20 Ottobre – 23:59

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