Ritardo digitale: un conto salato per l’Italia

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In Italia siamo in una situazione di pieno ritardo digitale. Gli italiani che accedono ad internet sono il 58%, quando la media europea è del 75, e Germania, Francia e Regno Unito sono tutte tra l’80 ed il 90%. Metà della popolazione italiana ha competenze digitali insufficienti, ed il 27% non ne ha affatto. La banda ultralarga è accessibile solo al 21% delle famiglie, mentre la media europea si attesta al 62%. Solo il 5% delle piccole aziende italiane, che rappresentano l’80% dell’occupazione, vende on-line (dati Ocse 2014). Nel resto di Europa si arriva ad un 40%.

Secondo uno studio pubblicato a Bruxelles, chiamato The Digital Economy & Society Index (DESI), che riassume degli indicatori di competitività digitale degli stati membri dell’UE, l’Italia si è classificata al 25 posto davanti solo a Grecia, Bulgaria e Romania.
Il dato è pessimo e la crisi l’ha ulteriormente peggiorato, come dimostra uno studio elaborato da Confindustria con il Politecnico di Milano che ha evidenziato un calo del mercato digitale italiano, dal 2009 al 2013, di 7 miliardi che corrisponde ad un meno 10%.

Secondo dati del Censis questo ritardo digitale all’Italia costa 3,6 miliardi di euro l’anno. Quasi dieci milioni gettati al vento ogni giorno, tra incapacità di produrre servizi informatici, di utilizzare moneta elettronica e e-commerce e razionalizzazione delle banche dati della pubblica amministrazione. Secondo la Confindustria Digitale, il gap di mancati investimenti, rispetto alla media dell’Unione Europea, è di 25 miliardi. Il governo ha messo in campo un piano da 6 miliardi per recuperare un ritardo di almeno tre anni per velocizzare l’accesso alla rete, ma il problema non è solo nella lentezza della banda e nella mancanza di infrastrutture ma è anche nel modo di pensare delle aziende. Gli investimenti in innovazione tecnologica in Italia sono solo il 4,8% del PIL contro la media del 6,8% dell’UE a 28 stati, ampiamente superata da Francia e Germania ed addirittura doppiata dal Regno Unito.

Ma la colpa di questa differenza è anche delle aziende italiane che, in cerca di competitività, hanno preferito concentrarsi sul taglio del costo del lavoro e la delocalizzazione mostrandosi invece più reticenti ad investire in innovazione. Ma ora quelle scelte non bastano più, e la crescita passa inevitabilmente per l’innovazione.
Studi di Confindustria/Politecnico di Milano hanno dimostrato come le aziende più tecnologiche ed innovative crescono di più sia in termini di fatturato che di occupazione rispetto a quelle con bassi investimenti tecnologici. Questo gap, tra il 2010 ed il 2012, era del 13% di fatturato e 10% di occupazione.

Gli operatori e gli esperti del settore però dicono che affinché si attui la trasformazione digitale è necessario supportare il sistema italiano, che è formato soprattutto da aziende di piccole dimensioni, con notevoli barriere culturali. Le Camere di Commercio stanno già organizzando una serie di iniziative, con importanti partner tecnologici come Google, che hanno già portato 100 giovani in contatto con le aziende per aiutarle a sfruttare i vantaggi della presenza in rete. Di esempi che potrebbero aiutare le aziende a migliorare i processi e ad abbattere i costi internet ne è pieno. Basterebbe, almeno per iniziare, sostituire le tecnologie più obsolete con quelle di nuova generazione. Qualche esempio in tal senso potrebbe essere quello di eliminare gli archivi cartacei per spostare tutto in rete in modo da essere facilmente consultabile da qualsiasi luogo. Altra soluzione di facile attuazione potrebbe essere quella di sostituire il fax analogico con quello digitale, il quale offre numerosi vantaggi.

Il ritardo digitale e le carenze infrastrutturali sono comunque solo la punta dell’iceberg.
Anche nella creatività ad esempio c’è un gap e ciò lo si può vedere come all’estero le migliori menti italiane sono presenti in tutte le frontiere dell’economia moderna, mentre in patria le numerose start-up che nascono puntano a progetti che cercano di facilitare la vita quotidiana, ma sono poche quelle che prevedono salti tecnologici di elevato impatto.

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