MINORI. I genitori non giocano più con i figli, troppa attenzione alla prestazione

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Di Quirico (IdO): La giocosità sostiene le funzioni relazionali, sociali, affettive e cognitive

Roma, 7 ott. – “I genitori non sanno più giocare con i loro bambini, giocano di più con il computer o la palestra”. È un problema “culturale del nostro tempo”, spiega Anna Di Quirico, danza movimento terapeuta dell’Istituto di Ortofonologia (IdO), che conduce da 10 anni il ‘Laboratorio di Danza Movimento Terapia (DMT) genitore-bambino’. Il lavoro verrà presentato al XVII convegno nazionale dell’Istituto dal 21 al 23 ottobre a Roma.

“I genitori accolti dall’IdO vivono però una sofferenza: i figli hanno una problematica di sviluppo evolutivo (relativa alla relazione e alla comunicazione) e, come padri e madri, si attivano soprattutto da un punto di vista prestazionale per spronare i loro bambini a dare risposte sempre più adeguate. Sembrano così tanto feriti da quella parola non detta e da quell’atteggiamento particolarmente rigido che puntano molto sulla performance- spiega la terapeuta- sia per la loro storia individuale che per il collettivo che funziona in questo modo. Il laboratorio dell’IdO, avvicinandoli al gioco e all’esperienza creativa attraverso gli stimoli offerti dall’arte, la danza e la giocosità, permette a questi adulti di imparare a rapportarsi al loro bambino in modo nuovo e diverso. Imparano a riappropriarsi di un ruolo prima impoverito, perché colui che bada alla prestazione si comporta più come un maestro che come un genitore”.
Il punto di partenza secondo Di Quirico “è mettere genitori e bambini in una situazione naturale, che crei un sentimento di fiducia. Non devono sentirsi giudicati – continua la danzamovimento terapeuta-, loro si portano dentro la paura di aver già sbagliato a causa del problema evolutivo presente nei loro bambini. Parliamo di problematiche di tipo affettivo, come l’incapacità di tollerare le frustrazioni, che si riversano poi in modo importante sulla comunicazione e possono causare anche ritardi nel linguaggio”.
Nel setting di gioco e movimento ogni bambino è accompagnato da uno solo dei genitori (mamma o papà). “Il primo passo che faccio come conduttore del gruppo è far sentire al genitore che il bambino sta facendo delle cose che hanno senso: quel legnetto preso in quel momento ha un significato, quel cuscino messo in quel modo ha un valore, così come quel particolare comportamento motorio ed espressivo. Il secondo passo è far sperimentare al genitore un atteggiamento particolarmente affettivo verso altri bambini, non direttamente con il proprio figlio. Nelle restituzioni verbali con i genitori- prosegue Di Quirico- questo poter sperimentare un sentimento che pensavano di non essere in grado di vivere, sia rispetto al diniego che a una tenerezza che non riuscivano a sprigionare, è molto importante perché poi saranno in grado di trasmetterlo al loro bambino e agli altri figli a casa”.
Un altro “grande” tema è l’autoregolazione: “All’inizio della terapia la relazione genitore-figlio è molto prestazionale. Il genitore bada alla prestazione del bambino, sta attento che faccia bene le cose. Successivamente, grazie al percorso che matura in una direzione sostenuta dal setting, il genitore punterà alla qualità affettiva con cui lui stesso si rivolge al suo piccolo. Da controllore intento a correggere diventerà un genitore che gioca”.
Come incide sullo sviluppo di un bambino la mancanza di gioco? “I genitori che hanno partecipato al laboratorio mi hanno detto che questo tipo di percorso servirebbe a tutti i bambini delle scuole materne. Si sono resi conto che la giocosità apre i canali relazionali, sociali, affettivi e cognitivi. Hanno compreso che il gioco sarebbe una grande risorsa per tutta la scuola”. Di Quirico parla di giochi che liberano la funzione immaginativa: “Il gioco d’avventura, il gioco che incanala l’energia nell’immaginazione di miti, di personaggi fantastici che non devono essere quelli del Nintendo o della Playstation. Devono appartenere al mondo della fantasia che si produce liberamente nello stare insieme. I genitori lamentano che questa funzione viene molto trascurata nei percorsi educativi. Vengono proposti piuttosto giochi prestazionali come il mettere i blocchi in sequenza. Sono tutti giochi molto importanti- sottolinea la terapeuta- ma bisogna realizzarli all’interno di un flusso immaginativo”.
In questi giochi di avventura solitamente Di Quirico è l’antagonista: “Posso essere un lupo o uno squalo in fondo al mare, dipende da quello che decidono i bambini a seconda dell’età. Immaginare gli animali è fondamentale a quest’età- precisa la danza movimento terapeuta- ed é un modo per avvicinarsi a riconoscere affetti ed emozioni. In genere c’è un animale buono accanto ad altri animali soccorrevoli tra di loro e io sono l’avversario (destinato naturalmente a soccombere!). Si gioca incanalando molto la forza, l’energia, utilizzando le trappole, gli espedienti e le soluzioni della favola classica. Ci sono momenti di gioco che possiamo chiamare immersione nell’immaginario e momenti di narrazione. È fondamentale per tutto il gruppo di genitori e bambini creare dei passaggi fra l’azione, la riflessione e la narrazione. La narrazione- ricorda l’esponente dell’IdO- avviene spesso attraverso disegni anche collettivi, il collage, oppure sono io a narrare la favola che loro hanno giocato. La narrazione permette al la mente dei bambini di formare un altro luogo psichico, perché il riflettere sull’esperienza vissuta li aiuta ad accedere a un processo simbolico che poi sosterrà la parola e gli apprendimenti futuri”.
Il laboratorio si compone di 5 genitori e 5 bambini di età compresa tra i due anni e mezzo e i 6 anni. “Hanno partecipato molto anche i papà- fa sapere Di Quirico-, abbiamo anche deciso di trovare dei buoni canali per trasferire e raccontare l’esperienza al genitore assente, così le scoperte fatte nel percorso sono subito condivise e giocate poi negli altri contesti familiari della quotidianità”.
Quali miglioramenti si riscontrano? “Nei bambini migliora la modulazione dell’energia, perché spesso c’è più energia di quella che serve. Migliora la flessibilità rispetto alla rigidità iniziale, si assiste a una progressiva diminuzione dell’inibizione, a un notevole incremento del linguaggio e a un processo che va verso la simbolizzazione. I genitori migliorano invece nel rimettere in gioco le loro risorse affettive- conclude- che erano state in qualche in modo ferite. Ritrovano la fiducia nell’essere un genitore sufficientemente buono”.
Il convegno dell’IdO dal titolo ‘Dal processo diagnostico al progetto terapeutico. Per un approccio mirato al singolo bambino’ sarà trasmesso in diretta streaming nazionale sul sito www.ortofonologia.it .

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